
Negli ultimi anni stiamo assistendo a un fenomeno che preoccupa educatori, allenatori, insegnanti e famiglie: l’uso eccessivo dello smartphone e l’abbandono precoce dello sport da parte dei ragazzi.
Molti adulti reagiscono con giudizi affrettati: “sono svogliati”, “non hanno più voglia”, “non sanno impegnarsi”. Ma questa lettura è superficiale e ingiusta.
La verità è un’altra: i giovani non hanno colpe. Sono immersi in un ambiente che li plasma, li condiziona, li sovraccarica. E come sempre nella storia dell’educazione, vale una regola semplice e antica: nessuno nasce imparato.Un mondo che corre troppo veloce
Lo smartphone non è solo un oggetto. È diventato ambiente, ritmo, rifugio, identità. I ragazzi vivono in una condizione di iperstimolazione continua: notifiche, video brevi, scroll infinito, micro-dopamina a portata di pollice.
Questo produce effetti concreti: • attenzione frammentata • difficoltà a tollerare la noia • bisogno di gratificazioni immediate • calo della motivazione profonda • ritiro sociale mascherato da socialità digitale
E non è tutto. L’uso eccessivo o l’abuso dello smartphone comporta rischi e danni reali, spesso sottovalutati:
• alterazione del sonno (schermi serali, iperattivazione cerebrale) • riduzione della memoria di lavoro • calo della capacità di concentrazione prolungata • aumento dell’ansia e dell’irritabilità • difficoltà nella regolazione emotiva • impoverimento del linguaggio e del pensiero complesso • riduzione delle esperienze sensoriali reali • danni posturali e muscolari • isolamento emotivo e sociale • rischio di plagio cognitivo (il telefono “pensa al posto loro”) • dipendenza comportamentale (circuiti dopaminici simili a quelli del gioco d’azzardo)
Non è pigrizia. È adattamento a un sistema che chiede velocità, non profondità. Lo sport perde terreno: non per scelta, ma per fatica
Lo sport richiede ciò che oggi è raro: • lentezza • ripetizione • frustrazione • disciplina • corpo reale
È un percorso che chiede tempo, costanza, pazienza. E i ragazzi non sono più allenati a queste dimensioni, perché la loro quotidianità offre l’esatto contrario: tutto e subito, senza sforzo, senza rischio di fallire.
Molti abbandonano non perché “non hanno voglia”, ma perché non hanno più gli strumenti emotivi per reggere la fatica. E questo non è un loro limite: è una responsabilità degli adulti.
Genitori più ansiosi, società più fragile
Oggi i genitori sono più presenti, ma anche più ansiosi. Temono la frustrazione dei figli, intervengono troppo presto, cambiano sport al primo ostacolo, vivono l’attività sportiva come un servizio e non come un percorso educativo.
Non è colpa loro: è il risultato di una società che chiede perfezione, performance, risultati immediati. Ma i ragazzi hanno bisogno dell’opposto: tempo, errori, tentativi, lentezza, corpo, gruppo.
Il gruppo digitale ha sostituito il gruppo reale
Un tempo la squadra era identità, appartenenza, amicizia. Oggi il gruppo è online: sempre disponibile, sempre attivo, sempre “facile”. Lo sport, invece, chiede presenza reale, relazione autentica, fatica condivisa. E questo, per molti adolescenti, è diventato un territorio sconosciuto.
Le conseguenze: non solo fisiche, ma emotive
Stiamo già vedendo: • aumento dell’ansia • calo dell’autostima • difficoltà di concentrazione • sedentarietà • perdita di abilità motorie di base • difficoltà a gestire il fallimento • isolamento emotivo • riduzione della capacità di problem solving • difficoltà nelle relazioni reali
Non sono segnali di debolezza. Sono segnali di un sistema educativo che va ripensato.
La domanda giusta non è “cosa hanno i giovani”, ma “cosa offriamo loro”
Se vogliamo che i ragazzi tornino allo sport, alla relazione, alla presenza, dobbiamo cambiare noi adulti:
• creare ambienti sportivi accoglienti
• dare senso, non solo regole
• costruire gruppi forti
• educare alla frustrazione sana
• insegnare a gestire il tempo e lo smartphone
• proporre obiettivi piccoli e raggiungibili
• integrare educazione emotiva e corporea
• restituire valore alla lentezza e al processo
• offrire modelli adulti coerenti e credibili
I giovani rispondono sempre quando trovano:
• un adulto che li guida
• un gruppo che li accoglie
• un percorso che li fa crescere
Nessuno nasce imparato. Ma tutti possono imparare, se guidati bene.
I ragazzi non sono “persi”. Sono in attesa: di adulti che sappiano accompagnarli, non giudicarli; di allenatori che parlino la loro lingua; di educatori che comprendano il mondo in cui vivono. La responsabilità è nostra. E questa è una buona notizia: significa che possiamo ancora cambiare le cose e io credo che con l’aiuto di volenterosi possiamo farcela.
Arturo Guidi Presidente SLURP